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Il presepe a Napoli

A. Viva, 'Benin che dorme', 1806. Napoli, Palazzo Reale

Il presepe costituisce sicuramente la rappresentazione più popolare della Natività di Gesù dal Medioevo ad oggi, e se è certo che la sua prima raffigurazione con il divino Bambino deposto in una mangiatoia (praesepium) dentro una grotta, sullo sfondo di un paesaggio naturale, è da attribuire a San Francesco d'Assisi, è vero anche che scene della Natività furono rappresentate sin dai primi secoli cristiani, nella notte di Natale, festa istituita nel IV secolo da Papa Liberio e da allora formalmente separata nel calendario liturgico dall'Epifania. Queste scene presepiali erano ispirate alle narrazioni evangeliche e connotate da particolari derivati dalle pie leggende diffuse nei vangeli apocrifi e rielaborati dalla tradizione, come la grotta, il bue e l'asinello, i Magi re, con ricchi e sontuosi cortei. Con il passar del tempo, questi elementi iconografici aumentano e variano in relazione con le modalità e i luoghi di rappresentazione, i tempi, i contesti e la fantasia creatrice, collocandosi continuamente tra il sacro e il profano; e spesso, al di là del loro significato estrinseco, affondano le proprie radici simboliche nel tessuto magico-religioso europeo e nel significato più antico delle festività natalizie. La commistione di segni cristiani ed elementi profani è uno degli aspetti che maggiormente connota il Natale, da sempre. Questa festa, di cui il presepe è uno dei simboli principali, ha ormai acquisito una forma e un carattere essenzialmente moderni, con una forte connotazione consumistica che si è accompagnata al più genuino sentire religioso; ma continua a portare con sé anche molti elementi arcaici che nel tempo si sono aggregati e mescolati a quelli più nuovi. Si pensi alla figura del Babbo Natale e alla leggenda della sua slitta e delle renne, al vischio, all'agrifoglio e ai rami di sempreverdi, al ceppo e ai ceri natalizi, al gioco d'azzardo e alla tombola, ai fuochi e all'albero di Natale, segnatamente 'rifiutato' fino a pochi anni fa dall'ufficialità cattolica. Ma, soprattutto, si pensi al significato stesso del Natale che, prima di divenire la festa più celebrata della cristianità scelta per marcare ritualmente la venuta di Cristo nel mondo, era festa pagana, coincidente col solstizio d'inverno, che celebrava la rinascita del sole nel suo cammino sulla volta celeste. In questa epoca, la morte e la rinascita della vegetazione erano simbolicamente alluse nella cerimonia delle tesmophorie greche e i Saturnalia dei Romani erano consacrati al dio della semina, Saturno, propiziatore di abbondanza, ed erano occasione in cui si dispensavano doni, in particolare ai bambini. Anche la stessa nascita del Bambin Gesù si inquadra nel ben più antico e ampio orizzonte simbolico legato al mito solare di un fanciullo divino nato in una grotta da una vergine, come esemplificato dalle nascite di Horus (in una stalla) e di Mitra, che dal II- III secolo i Romani identificarono con il sol invictus (sole invincibile) e celebrarono il 25 dicembre, in concomitanza col solstizio d'inverno.Il legame tra Napoli e il presepe è forte e assai antico, risalendo ad epoche anteriori al culto rinnovato da Francesco d'Assisi, fino almeno all'anno Mille e alla speciale dedicazione della piccola chiesa di Santa Maria ad praesepe (detta La Rotonda e scomparsa all'inizio del 700), che doveva ospitare una tettoia con la scena sacra della nascita di Gesù. Nel corso dei secoli successivi, il presepe si affranca dal semplice modello francescano ed evolve verso forme più originali e 'napoletane', riflettendo i mutamenti di cultura, di gusto e di moda dell'ambiente partenopeo e raggiungendo l'apice della grandezza stilistica e compositiva nel Settecento. Il presepe non è più confinato negli ambienti ecclesiastici ed entra nelle case dei ricchi napoletani: questi investono vere fortune per costruire scene presepiali che riflettono l'estro fantasioso degli artisti e dei committenti, ma soprattutto la realtà del momento, attraverso la riproduzione di spazi scenografici della città e delle figure più varie provenienti dal contesto quotidiano. E' una caratteristica tipica del presepe, valida allora come oggi: basti ad esempio visitare il mercato di San Gregorio Armeno per verificare come dal 7 dicembre, a fianco delle figure sacre della Natività, vengono vendute molte altre immagini più 'laiche', dall'immancabile Pulcinella ai personaggi politici e famosi del momento. Già dal Trecento, nella rappresentazione del presepe l'elemento sacro finì spesso per diventare accessorio, lasciando spazio rilevante ad immagini e personaggi profani, con invenzioni e rivisitazioni frutto dell'immaginario popolare. Anche a Napoli, come in altri luoghi d'Europa, oltre alle sacre rappresentazioni sul tema della Natività, cominciò a diffondersi il presepe in forma semovente, rappresentato prima nelle chiese e poi in ambienti laici (il Presepe che se fricceca diffuso a Napoli fino ai primi del ‘900), con la riproduzione dei più vari quadri scenici in una 'simultaneità immobilizzata' (Nicolini, 1983 [1930]): dalla Natività alla Strage degli Innocenti, dall'Inferno con diavoli e Belfagor alle sibille, dal corteo dei 'georgiani' alla bottega del macellaio e la taverna con i giocatori di morra. Queste caratteristiche rimangono nelle forme iconografiche successive, in cui le marionette perdono i fili e si trasformano in 'pastori', termine generico con cui ci si riferisce alle statuette (di varie misure e componenti materiche) del presepe 'fisso'. Anche la scenografia che fa da sfondo a queste figure subisce l'influenza dei tempi: si trovano paesaggi urbani e ambienti di campagna, che spesso in passato erano una riproduzione dei possedimenti rurali dei borghesi napoletani, come mostra pubblica del loro status socio-economico; e poi l'inserimento del Vesuvio, in forma plastica o dipinto, e dei ruderi di templi antichi, sulla scia delle importanti scoperte archeologiche di epoca borbonica, quale allegoria della vittoria del cristianesimo su quanto restava dei culti pagani. Tutta questa melange di elementi, spesso estrapolati dalla loro collocazione più 'filologica' e reinterpretati, concorse a conferire al presepe un aspetto prevalentemente laico e fortemente identificato con il contesto che lo rappresentava; tanto che, come felicemente affermò il drammaturgo Michele Cuciniello, uno dei più famosi 'presepianti' dell'Ottocento, fare il presepe voleva dire tradurre il Vangelo in dialetto napoletano.
Ulteriori informazioni
Dati tematisma
Bibliografia:

Fittipaldi, T. (ed.) 1979; Correra, 1983 [1899]; Mancini (ed.), 1983; Nicolini, 1983 [1930]; Fittipaldi, T. 1995; Lévi-Strauss, C. 1995; De Simone, R. 1998; “Pastori e Presepe Napoletano”, 1998; Filoramo, G. (ed.) 2003