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Tematisma

Vetro

Il percorso illustra i momenti significativi dell'evoluzione nell'uso del vetro e le principali tecniche di lavorazione applicate.

Aspetti tecnici
Le prime testimonianze della più antica lavorazione del vetro, per lo più impiegato per la realizzazione di monili ed intarsi, risalgono al III millennio a.C., ed in particolare, il rinvenimento più antico è una barra di vetro blu del tardo periodo sargonide (XXIII sec. a.C.) trovata ad Eshnunna, in Mesopotamia.
Solo intorno al XVI - XV sec. a.C., nelle aree mesopotamiche e siriane, iniziò la produzione di contenitori in vetro, come piccoli vasi e balsamari, realizzati modellando il vetro attorno ad un nucleo di materiale diverso che veniva poi rimosso al termine della fase di fabbricazione dell’oggetto. Questi primi vasi potevano essere sia in vetro monocromo, decorato con filamenti colorati, sia in vetro a mosaico.
Ma l’invenzione più rivoluzionaria della storia del vetro fu l’introduzione della soffiatura nella seconda metà del I sec. a.C. Grazie a questa invenzione si giunse ad un’amplissima diffusione dei prodotti in vetro; ed a riprova della straordinarietà della scoperta è il fatto che la soffiatura rimanga tuttora la principale tecnica di lavorazione del vetro sia artigianale che industriale. Essa, originaria dell’area siro - palestinese, unita all’utilizzo di stampi, consentiva infatti di produrre una maggiore quantità di oggetti in tempi rapidi riducendo notevolmente i costi di realizzazione. Il vetro divenne così il materiale per realizzare ogni tipo di vasellame a costo minore rispetto a quello metallico; ed a conferma del successo di questi prodotti è la loro presenza, in notevole quantità, in tutte le botteghe e case delle città vesuviane.
La tecnica di lavorazione della soffiatura era abbastanza semplice. Quella libera avveniva fondendo a temperature elevate il vetro in grandi crogioli, contenitori destinati ad accogliere la miscela durante il processo di fusione all’interno della fornace; da questi il vetraio prendeva con l’estremità della propria canna una piccola parte, “il bolo”, allo stato fluido e leggermente vischioso, poi soffiava nella canna e allargando e stringendo la forma soffiata, anche con l’aiuto di pinze e semplici strumenti, dava all’oggetto la conformazione desiderata. La soffiatura dentro matrice, comparsa probabilmente una settantina di anni dopo l’invenzione di quella libera, veniva realizzata soffiando la massa di vetro dentro la forma di materia fittile; il vasaio poi, estratto l’oggetto, lo completava con l’orlo e l’applicazione, se prevista, di anse e piede. Le matrici impiegate, a due o più valve, potevano essere di terracotta, marmo, metallo e legno.
Nelle produzioni ellenistiche e romane l’ingrediente principale era la sabbia; un tipo di estrema finezza che consentiva di ottenere del vetro puro, si trovava in Campania, tra Cuma e Liternum, vicino al fiume Volturno. Tuttavia nella composizione del vetro si devono distinguere gli ingredienti primari e quelli secondari; tra i primi rientrano i silicati, gli alcali ed i carbonati di calcio, tra i secondi gli agenti coloranti ed il vetro rotto. I silicati, che costituivano l’ingrediente base, si ottenevano principalmente dalla sabbia; poiché questa, raggiungendo il punto di fusione solo ad elevate temperature, doveva essere mescolata con altre sostanze che favorivano tale processo, venivano quindi aggiunti gli alcali, composti di carbonato di sodio, che consentivano di fondere la miscela a temperature non troppo alte ed inoltre di mantenere il più possibile plasmabile la massa vetrosa. Gli alcali potevano essere di origine minerale (soda) o vegetale (soda e potassa). Infine, i carbonati di calcio, il terzo ingrediente del vetro, servivano a rendere l’impasto vitreo insolubile in acqua. Per dare il colore venivano impiegati gli agenti coloranti, elementi che messi nella miscela vetrificabile determinano la colorazione finale del vetro. Ad esempio il rame dava il colore verde, rosso, turchese, a seconda dello stato di ossidazione. Il blu si ricavava aggiungendo cobalto oppure ossido rameico. Alcuni coloranti erano già presenti nelle materie prime impiegate; ad esempio, gli ossidi di ferro che davano il colore verde - azzurro tipico delle produzioni più comuni di età romana. Infine, tra i materiali della composizione del vetro era il vetro stesso, riutilizzato in forma di frammenti di vasi o scarti di lavorazione. Questi venivano aggiunti sia per una forma di recupero, sia perché permettevano di accelerare la fusione degli altri ingredienti anche a temperature non troppo alte.
Nelle prime fasi della produzione di vasellame in vetro, fu molto apprezzato il vetro policromo, realizzato nelle varie tecniche ereditate dal mondo orientale ed ellenistico, a “millefiori”, a “spruzzato”, a “nastro d’oro”. In particolare molto ricercati per i loro colori vivaci erano i vasi “pseudo - murrini”; tuttavia la loro rarità nelle città vesuviane dimostra che erano oggetti particolarmente costosi.
Un’altra tecnica molto particolare usata per produzioni raffinate, era quella del vetro - cammeo. Questa consisteva nel sovrapporre ad uno strato di vetro dal colore intenso, spesso blu cobalto, un secondo strato di vetro bianco opaco, che veniva poi in parte rimosso a seconda del disegno da realizzare. Di notevole effetto era così il contrasto ottenuto tra il disegno risparmiato in bianco ed il fondo scuro. Tuttavia gli oggetti realizzati con questa tecnica, erano certamente prodotti di lusso, molto costosi e riservati ad una clientela ricca e selezionata.
Sviluppo storico ed evoluzione artistica
Al II millennio a.C., come si è detto, compaiono le prime produzioni di vasi e contenitori in vetro nelle aree mesopotamiche e siriane.Sempre in quest’epoca è attestata un’attività vetraria in Egitto, come dimostrato da due vasetti, ora conservati a Monaco e Londra, con il nome del faraone Tutmosi III (1490 - 1436 a.C.), ed a Micene con la produzione di monili e placchette da intarsio. Durante il I millennio una nuova fase produttiva su ampia scala riguarda, in particolare, i secoli VIII e VI a.C., quando ricomparvero i contenitori in vetro eseguiti in serie, oltre ad una particolare produzione di vasi a pareti molto spesse e quasi trasparenti, le cui forme imitavano i vasi in metallo e pietra. Uno dei luoghi di provenienza di questi ultimi era probabilmente l’Assiria. Questo artigianato, collegato alle vicende dell’impero assiro, scomparve con la sua caduta (612 a.C.), ma trovò continuazione nelle produzioni achemenidi del V e del IV sec. a.C., caratterizzate dalla tecnica a cera perduta e da oggetti di più raffinata fattura. Tra questi si trovano phiàlai, vasi potori in forma di coppe semplici e lobate, e rhyta, vasi configurati in forma umana o animale. Ma è soprattutto in età ellenistica che i vasi in vetro si diffusero maggiormente ed i mercati furono invasi dalle produzioni siro - palestinesi ed egiziane, soprattutto alessandrine. Si tratta, in gran parte, di coppe modellate su matrice, di forma emisferica, o conica, o coppe a costolature.
L’invenzione della soffiatura, dopo i lontani esordi con altre tecniche esecutive, determinando la migrazione di vetrai dagli originari luoghi di produzione orientali verso i mercati occidentali, più remunerativi, portò ad una diffusione dei centri di lavorazione anche in Occidente.
Nella tarda età augustea, oltre ai rinomati centri di produzione di Roma, Sidone ed Alessandria, il vetro era lavorato anche in Spagna e nelle Gallie, tuttavia si può certamente supporre che le richieste di una clientela sempre più numerosa abbia favorito un po’ ovunque l’installazione di forni vetrari. Durante i primi due secoli dell’Impero romano, i manufatti italici arrivarono a dominare il mercato interno e quelli provinciali, in Occidente. I prodotti lavorati risalivano le grandi arterie fluviali delle Gallie e del Norico, giungendo nelle vaste pianure dell’Europa centrale ed anche la penisola iberica e le province africane. Tra il II ed III sec. d.C., invece, si determina un’inversione di tendenza, con la nascita e lo sviluppo dei grandi centri vetrari provinciali. Tra la fine del IV ed il V sec. d.C., con le grandi migrazioni dei popoli germanici, si assiste ad un complessivo arretramento delle produzioni occidentali rispetto a quelle orientali. Le evidenze archeologiche restituiscono oggetti in vetro di qualità sempre più modesta, e tale situazione di decadimento culminò nel VII sec. d.C., quando la produzione sembra curare solo l’aspetto funzionale dell’oggetto, trascurando completamente quello estetico. L’unica eccezione sembra riguardare le produzioni franco - merovinge, eredi della grande tradizione renana.
A partire dall’epoca medioevale, tuttavia, la produzione vetraria riprese vigore anche in Italia, specie nell’area settentrionale, affermandosi a Venezia, tuttora tra i principali centri, insieme alla Germania, per la fabbricazione e la lavorazione artistica del vetro a livello mondiale.
Ulteriori informazioni
Dati tematisma
Bibliografia: EAA, VII, 1966, pp. 1150-1157, s.v. Vetro; Sternini 1995; Vitrum 2004.